Gli anni ’50: il divismo “sbarca” in Italia

Comincia il divismo canoro e cinematografico.
Con vent’anni di ritardo dagli Americani, nasce a Roma l’era delle star, dei volti noti, delle foto con dedica, degli autografi.
Non sono ancora gli anni della “Dolce vita”, dei paparazzi, degli inseguimenti, dei pedinamenti. Ma nell’aria si respira una gran voglia di notorietà, di riconoscibilità.

“Checco” diventa un “set” naturale.
Accoglie indifferentemente attori all’apice, divi hollywoodiani un po’ logori, avvenenti soubrette, registi a spasso, produttori senza una lira. Sembra passata una vita dalla fine della guerra, l’”epoca neorealista” si è consumata in poche stagioni.
Sono gli anni della ricostruzione, del “Miracolo italiano”, del boom economico. La Roma dipinta da De Sica in “Ladri di biciclette” con i “suoi stracci e le sue miserie”, consegna il testimone alla Roma pigra e sonnolenta di “Poveri ma belli”, la Roma assolata e ingenua di Zampa e Castellani.

Maurizio Arena e Antonio Cifariello, Lorella De Luca e Patrizia della Rovere, sono presenze assai frequenti nei giorni di festa. Sono gli anni ’50, le domeniche all’osteria da “Checco” fanno ormai parte della ritualità, del costume romano. E’ difficile ipotizzare una domenica da “Checco” senza almeno una “celebrità”, senza qualcuno che a richiesta o “sua sponte” recitasse un sonetto, improvvisasse una gag o intonasse una canzone.

Si narra di Silvana Pampanini che amava cantare stornelli romaneschi accompagnata dalla chitarra di Juanito, colonna portante del personale di “Checco”.
Si tramanda di un Don Lurio scatenato a ballare in mezzo ai tavoli, dell’oriundo Lojacono che palleggiava con le arance, proprio come il suo illustre collega Pelé faceva da bambino nelle favelas di Rio. Quanti aneddoti si potrebbero elencare!
Si racconta di Brigitte Bardot che, aspettando l’ora di cena, passeggiava per Via Garibaldi con una pecorella al guinzaglio, di Robert Mitchum che si presentava con il Barone D’Avanzo, uno dei mitici figuri della Roma trasteverina, di Raymond Burr, il mai troppo compianto Perry Mason, che invitava i trovatelli che questuavano per strada a cenare insieme a lui e signora.

E per restare ai nostrani, si tramanda degli sketch televisivi che Mario Carotenuto chiedeva a Checco di poter girare direttamente dentro l’osteria, permesso che il buon Francesco gli accordava sempre.
Renato Rascel, invece, temeva sempre di essere riconosciuto e, non amando la popolarità, si faceva spesso assegnare il tavolo meno “visibile” e, quando i ragazzi si avvicinavano a lui, li minacciava scherzosamente puntando contro di loro forchette e coltelli…Ma da grande attore qual era osservava sempre tutto e tutti, cercando di trarre ispirazione per i suoi personaggi e le sue gag.
Una volta chiese a un cameriere con l’allora canonica divisa a strisce bianche e rosse orizzontali e dai tratti fieri e duri: “Come ti chiami?” “Alvaro” rispose il giovane cameriere. “Alvaro, rassomigli a un corsaro!”…Da qui il personaggio del piccolo corsaro interpretato da “Renatino” , che darà vita anche a un film con la regia di Camillo Mastrocinque: “Alvaro piuttosto corsaro”, per l’appunto.

E poi Vittorio Gassman, il “mattatore”, riservato fino all’inverosimile, timido e compito, neanche lui amava essere “nel mezzo”. Difficile immaginare lo spavaldo e fanfarone Bruno Cortona de “Il sorpasso” non recitare i versi di Garcia Lorca in piedi accanto al tavolo…Nemmeno Aldo Fabrizi, un altro grande romano, amava animare le tavolate e i lunghi pranzi domenicali…Forse era “troppo impegnato con le fettuccine”, come spesso soleva dire nei suoi sketch.
Gli anni ’50 sono al tramonto: si ha il tempo di registrare le presenze di Ginger Rogers, di Cornel Wilde, di Joan Collins, di Maria Schell. E poi, il grande Raf Vallone, Elena Varzi, Rosanna Schiaffino e Valentina Cortese.

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