L’era di Trilussa

È il 1936: Trilussa (pseudonimo anagrammatico di Carlo Alberto Salustri), è il primo grande esponente della cultura romana a fare visita a “Checco”.

Trilussa, ovvero il poeta del “buon senso” popolare, col suo stile trasandato e beffardo. Lo immaginiamo, come si tramanda, seduto al tavolo (sempre lo stesso) a sorseggiare vino dei castelli e a recitare “La politica”.

Ner modo de pensà c’è un gran divario:
mi’ padre è democratico cristiano,
e, siccome è impiegato ar Vaticano,
tutte le sere recita er rosario;

de tre fratelli, Giggi ch’è er più anziano
è socialista rivoluzzionario;
io invece so’ monarchico, ar contrario
de Ludovico ch’è repubbricano.

Prima de cena liticamo spesso
pe’ via de ‘sti principi benedetti:
chi vo’ qua, chi vo’ là… Pare un congresso!

Famo l’ira de Dio! Ma appena mamma
ce dice che so’ cotti li spaghetti
semo tutti d’accordo ner programma.

 

Trilussa era questo: un uomo allergico al potere, ai potenti, sempre “dalla parte giusta”. Un uomo della buona borghesia, scettico e diffidente, ma “un amico del popolo”, come soleva definirsi, il “poeta della gente”.
Quasi tre lustri di vita passati qui da “Checco”, gli anni più intensi. I pranzi all’osteria, i brindisi alla Libertà, gli sberleffi alla protervia e all’idiozia fascista. Le sue ironiche stilettate al regime, spesso non percepite dai suoi stessi “avversari”.
Un episodio in particolare resterà scolpito nella mente di Francesco e dei suoi famigliari che, con dovizia di particolari, tramandano l’aneddoto.
Ci si riferisce al “feroce” alterco che ebbero Trilussa e Checco quando quest’ultimo decise di marchiare il proprio nome sui bicchieri dell’osteria.
Trovando assai “pacchiana” l’operazione, il poeta minacciò senza mezze misure di non entrare mai più in quel locale.
Capitò, però, che di lì a poco lo stesso si trovò a passare con la carrozza per Via Benedetta e, non sapendo rinunciare al suo bicchiere di rosso, chiese al vetturino di scendere e d’ordinare al suo posto un po’ di vino, ché non aveva alcuna intenzione di tradire il suo impegno di non riaffacciarsi più in quell’osteria.
Ma Checco che lo vide attraverso la vetrata, per nulla intimorito, gli versò il vino da lui chiesto nel “bicchiere della loro discordia”.
Trilussa, quando capì d’essere stato riconosciuto, scese dalla carrozza, entrò nel locale, s’avvicinò a Checco e, con uno sguardo a metà tra l’incredulità e il compiacimento, gli poggiò una mano sulla spalla e gli disse tra il serio e il faceto: “Bravo! Sei un uomo coraggioso, ritornerò a farti visita…”.
È il 1950, scocca la metà del secolo appena conclusosi quando Trilussa scompare improvvisamente, a soli 20 giorni dalla nomina di senatore della Repubblica, segno di un destino che gli impedì di mischiarsi a legislatori, governanti e burocrati.

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